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stoccolma, cohousing, conferenza internazionale
Resoconto di Giovanni Bucco, architetto, E-Co-Abitare.
Dal 5 al 9 maggio si è svolta a Stoccolma la prima conferenza internazionale sul cohousing organizzata e patrocinata dall’associazione Kollektivhus NU e dal dipartimento di studi territoriali del Royal Institute of Technology (KTH). L’intento dell’incontro è quello di mettere a confronto ricercatori, studiosi ed utenti provenienti dai diversi paesi del mondo per discutere sui diversi modelli di abitare collaborativo, arricchendo il dibattito con l’apporto di esperienze dirette. L’apertura dei lavori avviene con una interessante giro alla scoperta di cinque delle numerose “kollektivhouses” realizzate dagli anni 70 ad oggi nella città di Stoccolma. Nel corso della visita viene data agli oltre 100 partecipanti alla conferenza l’occasione di conoscere alcuni degli abitanti di questi innovativi insediamenti, visitare gli ambienti comuni ed alcuni alloggi. Gli ospiti, accolti da una delegazione di residenti, vengono fatti accomodare negli ampi ed accoglienti soggiorni comuni, dove avviene la presentazione della comunità ed il racconto della propria esperienza di “convivenza”. Il racconto prosegue nel corso della visita dell’edificio e dei singoli ambienti. Emerge chiaramente nel corso delle visite che il modello svedese si fonda su una precisa concezione dell’alloggio e delle dinamiche di socializzazione. I residenti sono tutti in affitto all’interno di edifici costruiti, per conto dello stato svedese, da cooperative che gestiscono sulla base di direttive statali anche l’inserimento degli inquilini. Questi indicano al momento della richiesta di una casa in affitto la volontà di vivere in “Kollektiva” ma entrano in contatto e si conoscono poi solo al momento dell’ingresso negli alloggi. La socializzazione ed il rafforzamento dei legami di collaborazione viene delegata allo svolgimento delle attività comuni. Secondo la teoria svedese la regina tra queste è la preparazione della cena, unica attività presente in tutte le comunità ed obbligatoria per tutti i residenti. All’interno “gruppo cucina” ci si alterna con cadenza temporale variabile a seconda del numero degli abitanti la kollektiva. La cena comunitaria, invece, è una scelta individuale, ci raccontano che ci sono persone che consumano il pasto nel soggiorno comune quotidianamente ed altri che sono presenti solo pochi giorni l’anno. La cena, così come tutte le altre attività sono a partecipazione volontaria quindi discrezionale e non obbligatoria. Queste oscillano dalla manutenzione degli alloggi e degli spazi comuni, al giardinaggio, al teatro o allo “scambio di saperi” ed avvengono all’interno di appositi spazi comuni. Tra i più comuni è possibile trovare la sala per il gioco dei bambini, quella per il fai da te, la palestra e la biblioteca. Ogni comunità poi si caratterizza per attività peculiari legate alle attitudini degli inquilini. Al termine della visita, tutti i partecipanti hanno ben chiaro quale sia il punto di partenza della conferenza. Il modello svedese è indubbiamente un esempio riuscito e collaudato negli anni, si contano già numerosissimi insediamenti e molti altri sono in programmazione anche se a loro modo di vedere sono sempre troppo pochi rispetto alla richiesta. Nelle mattine di giovedì e venerdì si alternano relatori di tutte le nazionalità che approfondiscono tematiche relative alla necessità di pensare ad alloggi capaci di accogliere e sostenere i sempre più numerosi inquilini che si trovano a percorrere la “seconda parte della vita”, ma al contempo non mancano approfondimenti sulla sostenibilità ambientale e sulle difficoltà che impediscono la diffusione del modello cohousing nell’edilizia internazionale contemporanea. I pomeriggi delle due giornate, invece, scorrono velocemente articolando i lavori in sedici workshop di approfondimento sui temi come le metodiche di risoluzione del conflitto, la progettazione degli ambienti comuni, la condivisione dei pasti, l’abitare collettivo nel mondo, giovani e bambini nei cohousing, risparmio e condivisione, ecc.. I workshop sono stati tanto proficui da richiedere un apposito spazio per la lettura dei report nel corso delle mattine successive. E’ proprio in questi momenti che si sono palesate le discordanze sul concetto di abitare collettivo legate alle differenze culturali dei diversi paesi rappresentati ma anche le comuni difficoltà nel vincere la diffidenza delle amministrazioni pubbliche e delle realtà imprenditoriali private. L’incontro ha messo in luce che dal Giappone al Canada è fervida la ricerca di una diversa forma dell’abitare, attenta alla ricerca della socialità e della collaborazione reciproca. Entrambe vengono viste come risposta alla solitudine ed alla carenza di tempo imposte dalle dinamiche della città contemporanea, ma anche come una possibile forma di condivisione volta al risparmio di spazi e risorse. Condividere ambienti comuni e dotazioni strumentali significa ridurre gli sprechi dovuti alla replica degli eccessi nell’individualità della vita privata. Ci si trova così a dover riscaldare una minore quantità di volumi residenziali, a non doversi preoccupare di trovare lo spazio per conservare gli oggetti di uso sporadico ed avere la possibilità di usufruire di comfort che diversamente non ci si potrebbe permettere. Alla base della collaborazione vengono internazionalmente riconosciuti la volontarietà ed il rispetto della privacy. Ogni utente deve scegliere cosa e condividere, in che misura e con che tempi farlo. Anche l’esperienza svedese ha confermato che l’individualità dei residenti è un contributo fondamentale alla crescita della comunità. I quattro giorni di dibattito si sono conclusi la domenica all’ora di pranzo tra il frizzante intervento di Inga-Lisa Sangregorio e la commozione del professore Dick Urban Vestbro, coordinatore dell’evento, autore di numerosi testi sull’abitare collettivo in Svezia e presidente dell’associazione Cohousing Now. La conferenza si chiude con un gran sorriso collettivo mosso dalla consapevolezza di essere tutti parte dello stesso progetto e con il proposito di dare vita ad un network internazionale che consenta di tenersi aggiornati sullo sviluppo della ricerca e sui progressi nei confronti delle istituzioni dei propri paesi. Oggi, lunedì mattina, a seguito dell’incontro delle associazioni italiane avvenuto il 10 aprile e della conferenza internazionale, il percorso verso la realizzazione di insediamenti di cohousing in europa ed in Italia non sembra più un lontano miraggio, ma l’orizzonte di un percorso su un sentiero che si fa ogni giorno più ampio e sicuro. Giovanni Bucco
